giovedì 21 agosto 2025

Cooperativa Edile Algherese

 


Radice di ginepro sulle dune di Maria Pia 
(Franco Ceravola Rosella -pastelli ad olio in plein air)

LA COOPERATIVA EDILE ALGHERESE

Articolo di Franco Ceravola (1940-2023) sulla sua esperienza nella Cooperativa Edile Algherese pubblicato il 17 novembre 1974 su "Questioni Algheresi" periodico quindicinale diretto da Antonio Feniello.              

Franco racconta gli eventi  quando ormai il bel sogno di una importante realtà lavorativa creata da algheresi era svanito dimostrando che gli ideali hanno questo nome proprio perché non si realizzano.


- Una questione algherese da meditare -

ESPERIENZA DI UN COOPERATIVISTA

Il Geom. Franco Ceravola, aderendo all'invito esteso da questo giornale a quanti avessero voluto illustrare problemi e situazioni interessanti la vita economica della nostra città, ci ha inviato l'articolo che segue in cui tratta della sua esperienza di socio della Cooperativa Edile Algherese.

Di quanto in questo articolo è detto, è ovvio, il Geometra Ceravola si assume la piena responsabilità. A noi interessa porre all'attenzione degli Algheresi il fatto, perché lo giudichino e ne traggano quelle considerazioni che necessariamente portano alla soluzione di un dilemma.

I tanto deprecati padroni non sono talvolta migliori dei "Colonizzatori" che arrivati dal continente credono di trovarsi in Beciuania? Non sono forse queste forme di colonialismo, anche se fatte sotto l'insegna di ben qualificate etichette politiche, la premessa per aprire un discorso, o se si vuole, un dibattito su quanto avviene nella nostra città in materia di sfruttamento della mano d'opera sia intellettuale che manuale e far rompere così, meditando, certi specchietti che non sono più validi neanche per le allodole?


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Chi scrive è stato uno dei fondatori della Cooperativa Edile Algherese, una struttura sociale impegnata nel tentativo di trasformazione delle condizioni di una categoria di lavoratori in proletariato valido e cosciente.

Nel porre all'attenzione del pubblico un fatto anomalo, si rischia, si sa, di avere in risposta delle interpretazioni erronee o comunque lontane dall'intenzione di chi espone.

Tuttavia se sinceramente si è mossi da uno spirito di verifica di una situazione, l'applicazione di un'analisi critica è doverosa come è doveroso, nel limite dell'umano, il non lasciarsi trascinare da passioni interiori che potrebbero sviare dalla giusta interpretazione dei fatti.

Si sa che come struttura organizzativa, la cooperazione è prospettata come la forma più sublime dell'associazionismo per combattere il cosiddetto malcostume dell'interesse privato.

Attraverso queste strutture, si possono inoltre trasformare non solo le condizioni di disagio economico e morale degli adepti, ma lo stesso ambiente circostante, l'economia della zona nella quale si vive: la propria Regione.

Il fine che ci proponevamo era la lotta alla speculazione, qualunque essa fosse e nel caso specifico quella edilizia, lotta allo sfruttamento degli operai, lotta alle forze antidemocratiche che allignano nella nostra società composita e pluriclasse.

La regione in cui si doveva operare: la Sardegna; la località prescelta: Alghero, che come sappiamo sono entrambe ricche di innumerevoli sciagure, ma possiedono una carica vitale ed umana da dovere poche concessioni al nuovo consumismo espansionistico dei grandi blocchi economici.

Consci di questa situazione nel fondare la cooperativa ci si poneva anche il problema di valorizzare con essa le nostre tradizioni di lavoro nonostante sapessimo benissimo che tutta l'economia è oggi controllata a livello nazionale; forse questa era la parte più utopistica e ideale del programma, ma facendo affidamento sul nostro sentimento di uomini liberi e coscienti della nostra dignità e capacità di poter intraprendere una via "tutta nostra" per aggiornarci con i tempi, basavamo questi nostri intendimenti su questi ideali, ciò perché nessuno di noi si sentiva privo di quello spirito di intraprendenza comune ad altre popolazioni, per cui ci sentivamo atti a contribuire all'eliminazione di quell'aspetto insulare non solo geografico, della nostra Isola.

I nostri padri hanno vissuto la loro realtà di isolani, hanno tradizionalmente accolto i continentali con ospitalità sacra e inviolabile, e molto probabilmente hanno anche capito di trovarsi nell'ambito sociale della Nazione come i reietti.

Ma noi siamo figli di quei padri ai quali non manca il mezzo che a loro era mancato, la comunicazione e la conoscenza delle cose che avvengono intorno a noi per cui non ci dispiacque la soluzione di instaurare rapporti di natura economica e tecnico amministrativa con chi, molto più esperto di noi in fatto di cooperazione ci si presentava casualmente per darci una mano a sviluppare tutto il nostro programma.

Quali erano gli accordi che su questa base nacquero tra la Cooperativa Edile Algherese ed il Consorzio delle Cooperative di produzione e lavoro della Provincia di Forlì?

Partendo dal presupposto dell'obiettivo che ci si era prefissato al momento della fondazione della Cooperativa che tendeva alla trasformazione della industria edile da nomade in fissa con la creazione di uno stabilimento per la produzione di case prefabbricate, e poiché nessuno di noi poteva di punto in bianco improvvisarsi tecnico per la costruzione ed avviamento di uno stabilimento del genere, furono stabiliti degli accordi verbali con il Consorzio delle Cooperative Forlivesi perché esso fosse di supporto alla nostra attività.

Questi accordi contemplavano, come quota di iscrizione al Consorzio delle Cooperative, il pagamento da parte della Coop. Algherese dell'1,50% sul fatturato lordo annuo dei lavori. Altro 0,50 % doveva essere versato sempre dalla Coop. Algherese alla Federazione Provinciale delle Cooperative. Su un miliardo di fatturato lordo in un anno, venti milioni dovevano essere versati nella misura di quindici milioni al Consorzio di Forlì e cinque milioni alla Federazione Provinciale della lega delle Cooperative. Rimaneva inoltre stabilito che il consorzio delle Cooperative di Forlì avrebbe anticipato i capitali necessari per condurre le opere appaltate, percependo sulle somme anticipate il relativo interesse che, a nostro avviso, non poteva essere inferiore a quello bancario.

Su queste basi si strutturava la cooperativa dotandola di un Consiglio di Amministrazione di cinque membri dei quali uno presidente, ma tutti muratori. Anche il collegio dei sindaci revisori dei conti veniva formato da tre muratori. Di pari passo venivano appaltati lavori e il primo biennio di attività produsse un risultato che può essere senz'altro ritenuto positivo, considerata la situazione dell'edilizia in campo nazionale e regionale, di un miliardo circa di fatturato lordo.

Questa mole di lavoro faceva sì che si strutturasse ulteriormente la cooperativa nei suoi servizi tecnici ed amministrativi, veniva inoltre aumentato il numero dei soci, scelti fra le maestranze alle dipendenze di essa.

Contemporaneamente però cominciarono a sorgere le prime perplessità determinate da una massiccia azione di controllo e di ingerenza nei fatti della Cooperativa Algherese da parte del Consorzio delle Cooperative di Forlì. Infatti coloro i quali possedevano i requisiti per poter contribuire al miglioramento venivano di proposito tagliati fuori dagli organi decisionali di essa. Non solo ma la direzione tecnica ed il controllo amministrativo della cooperativa passano ai Forlivesi, ai quali vengono liquidate le relative spese.

A noi pur "Emancipati" rispetto ai nostri padri non restava che prendere atto di questa situazione e chiederci a che cosa fosse servita tutta la spinta ideale che aveva determinato il sorgere della cooperativa se non che ad assistere ad una nuova forma di colonialismo, questa volta non voluta dal "Padrone", ma da chi presentandosi da democratico ha più efficacemente di lui aggiornato il sistema tanto che noi eufemisticamente lo abbiamo definito "Colonialismo democratico".

A riprova di ciò non abbiamo difficoltà a dimostrare, a quanti eventualmente ci volessero porre domande, in che modo questo colonialismo si manifestasse.

Non è forse colonialismo quando si impedisce di partecipare attivamente alla vita dell'azienda che loro stessi hanno creato, per cui il Consiglio di Amministrazione della cooperativa si occupa più che altro di disciplina?

Non è forse colonialismo quando con chi tenta di far valere le proprie ragioni si usa il linciaggio morale accusandolo di incapacità per porlo in condizioni di abbandonare il posto e sostituirlo con un tecnico proveniente da Forlì?

Non è forse colonialismo assumere alle dirette dipendenze della Cooperativa Edile Algherese le mogli dei tecnici provenienti da Forlì vanificando così anche lo scopo di creare nuovi posti di lavoro per la mano d'opera locale?

Non è forse colonialismo quando facendo leva sulla nostra necessità di lavorare dovevamo subire gli ordini che ci imponevano di spostarci in altre zone lontani dalle nostre famiglie?

Non è forse colonialismo pretendere che si segni sul foglio di presenza il solo orario di entrata e non anche quello di uscita tanto che la giornata lavorativa invece che di otto ore diventava talvolta di dieci ed anche di dodici ore?

E per finire non è forse colonialismo approfittare della situazione di disoccupazione e di disagio degli edili algheresi e di altri paesi e condurli a lavorare in Costa Smeralda , dove le retribuzioni degli edili hanno superato di gran lunga il minimo tabellare, e pagarli secondo le tabelle costringendoli altresì a rifocillarsi in una baracca da cantiere senza l'approntamento della mensa con quei requisiti tanto precisi richiesti dai "democratici" rivendicatori di più umani trattamenti per la classe operaia?

Posti tutti questi interrogativi a noi che ci siamo formati tenendo presente quanto veniva emergendo in fatto di conquiste sociali il dubbio di avere non solo progredito, ma regredito rispetto alle tradizionali condizioni di lavoro, è sorto in modo talmente macroscopico tanto da farci soffermare e rimeditare attentamente sulla reale funzione che la cooperativa la quale avevamo contribuito a fondare non assolvesse ai propositi prefissati.

Tutto ciò lo abbiamo voluto dire non per un senso di rivalsa, ma per illustrare a chi avesse intendimento di costituire cooperative sui risultati conseguiti dagli Algheresi con la Cooperativa Edile Algherese.

Avremmo voluto non dover rendere pubbliche queste nostre esperienze, solo che chi aveva la responsabilità della direzione della Cooperativa avesse ascoltato le nostre osservazioni, tendenti più che altro a non veder mortificato l'entusiasmo e la volontà che i più di noi avevano posto nella fondazione della cooperativa.

La mancanza di dialogo, l'assoluto dispregio posto dalla dirigenza nell'instaurare un rapporto di collaborazione costruttiva basata sulla discussione, ci hanno posto nella condizione di rinunciare al nostro permanere in un'azienda nella quale tanto avevamo creduto e sperato.

                                                                   F. C.


STORIA DELLA COOPERATIVA

La Cooperativa Edile era nata intorno al 1970-71. Non so esattamente la sua origine ma, nella migliore delle ipotesi, posso immaginare che un partito di sinistra abbia spinto perché ad Alghero si creasse una realtà economica in linea con i suoi dettami. Il presidente fu Carmelo Peana (P.C.I.) e il vicepresidente fu Antonino Corrias (P.S.I.), entrambi operai edili. Fu coinvolto sin dall'inizio il geometra Franco Ceravola, di tradizione socialista, iscritto al partito. Egli diede un attivo apporto alla stesura dello Statuto e al disbrigo delle prime formalità della nuova impresa. La Cooperativa iniziò l'attività con piccoli lavori ed ebbe subito un significativo incremento per cui assunse altri operai, geometri, un ragioniere, una segretaria. Iniziò ad appaltare la costruzione di palazzine in un periodo nel quale Alghero era diventata un cantiere con un'espansione nel territorio veramente importante iniziata nel secondo dopoguerra e ancora in atto. Ben presto arrivò l'appalto di un albergo, il Porto Conte. L'impresa era sempre in stretto contatto con i partiti socialista e comunista di Alghero e a questo punto accadde qualcosa di particolare perché arrivarono in città i soci di una Cooperativa forlivese che avevano il compito di dare supporto finanziario, e non solo, agli algheresi. Qui si pongono numerose domande alle quali non so rispondere. Chi li chiamò? Per qual motivo si pensò di dare alla nostra Cooperativa un aiuto del quale non aveva alcun bisogno? La risposta è nelle parole di Franco Ceravola quando afferma che "nessuno di noi poteva di punto in bianco improvvisarsi tecnico per la costruzione ed avviamento di uno stabilimento del genere". L'accordo era dunque quello di ottenere un supporto tecnico ed economico.

Nel frattempo la Cooperativa aveva acquistato un appartamento al piano terra della palazzina di Guido Amadori che si trovava all'angolo tra Via Sant'Agostino e Via Rossini e questo era un chiaro segno di espansione dell'Impresa. In breve tempo alcuni geometri forlivesi e le loro mogli che, appena arrivate in città, venivano assunte senza andare troppo per il sottile, iniziarono a riempire i nuovi uffici. Naturalmente a loro venivano assegnati anche i necessari alloggi. Tra gli impiegati algheresi sorsero dei dubbi e dei sospetti dato che notavano che i nuovi arrivati venivano palesemente privilegiati e stavano assumendo un ruolo predominante nell'impresa. Franco Ceravola, socio fondatore, notò lo squilibrio che andava creandosi tra algheresi e forlivesi e iniziò a mettere in guardia la dirigenza ma non ottenne alcun riscontro. La situazione andava sempre più sbilanciandosi verso i forlivesi e a quel punto gli algheresi, visto che la dirigenza non intendeva intervenire, e cercava altre vie per rabbonire i dissidenti, si rivolsero ai sindacati. L'8 giugno 1974 si fece una riunione sindacale con otto partecipanti e si decretò uno sciopero ad oltranza. Gli algheresi non si recarono più al lavoro, il ragioniere ritirò i suoi registri perché temeva manipolazioni da parte dei forlivesi, e si restó in attesa di una composizione della vertenza. Ci fu una denuncia alla Guardia di Finanza e quando i finanzieri arrivarono negli uffici i forlivesi cercarono di far sparire i registri in loro possesso ma non ci riuscirono. La finanza fece il suo lavoro, applicò delle pesanti sanzioni, e nel frattempo lo sciopero continuava. Arrivarono lettere di licenziamento e gli scioperanti si rivolsero ai segretari dei sindacati, in particolare alla UIL, ma il problema era più vasto di quanto si pensava e a livello locale non si poté intervenire. Anche i segretari cittadini del partito socialista e comunista non vollero o non poterono riportare la questione in termini di dialogo e di confronto. Infine ci fu l'udienza che decretò l'illiceità dei licenziamenti e diede a tutti la possibilità di riavere il proprio lavoro o un risarcimento. Qualcuno accettò di rientrare ma la maggioranza rifiutò quell'accomodamento e lasciò la Cooperativa. Intanto i soci rimasti furono chiamati a fare dei sacrifici per rimettere in piedi una struttura che a quel punto era gravemente compromessa. Evidentemente la dirigenza fu molto convincente perché diversi di loro diedero contributi in denaro per continuare a tenere in vita l'impresa. Ma quella fu un'ulteriore truffa, due soci persero anche la loro abitazione e infine tutto si dissolse nel nulla.

Negli anni a venire alcuni soci, raccontando le loro successive disavventure a Franco Ceravola, gli dissero che aveva avuto ragione nella sua protesta e aggiunsero che avrebbero dovuto agire diversamente. Magra consolazione per chi aveva sognato una realtà imprenditoriale locale basata sul rispetto dei diritti dei lavoratori, e purtroppo aveva dovuto constatare che il colonialismo è un male insito nel DNA di un popolo che non era riuscito ancora a liberarsi dalle catene.

Possiamo sempre lamentarci dell'oppressione che realtà esterne esercitano su di noi se noi stessi, in cambio di esigue ricompense, li aiutiamo nella loro opera di sopraffazione?

Mi fa ancora male pensare a quegli eventi che ho vissuto con tanta partecipazione e sofferenza. Anche per me è stato il crollo di ideali nei quali credevo davvero e da allora ho capito che il potere si nutre delle sue vittime e ne fa scempio. Il peggio è che il potere trova sempre i mezzi per ottenere ciò che vuole, in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo e non c'è difesa per nessuno.

                                                                                       G. T.


Per chiarimenti:
tilgio@virgilio.it


martedì 12 agosto 2025

A Nino Monti



Giugno 1959 - Nino Monti, M.Teresa Spanu, Angela Petti, Giovanna Tilocca in una foto di gruppo della classe mista III C delle Scuole Medie di Alghero di Piazza Ginnasio.

Il 10 agosto 2025 ci ha lasciato Nino Monti. Sapevo che non stava bene e nonostante volessi chiedergli delle informazioni su alcuni fatti della politica algherese risalenti agli anni Ottanta non l'ho chiamato perché non volevo disturbarlo e aspettavo che risolvesse i suoi problemi di salute per contattarlo. La notizia mi ha sconvolta perché speravo che non fosse nulla di tanto serio. 

Ho conosciuto Nino sui banchi delle Scuole Medie e poi l'ho perso di vista fino a quando negli anni Settanta ci siamo trovati seduti allo stesso tavolino nel bar Chez Michel perché lui era entrato nella sfera del partito socialista al quale appartenevano alcuni nostri amici. Io lo guardavo e mi sembrava di riconoscerlo ma, nel dubbio, non gli ho detto nulla. E' stato lui a ricordarmi che eravamo stati compagni di scuola. Poco tempo dopo l'ho visto in fila nella biglietteria del cinema Miramare con una bella e giovane ragazza che sarebbe poi diventata sua moglie. La nostra frequentazione si è fatta più assidua, e anche lui ha iniziato a partecipare alle affollate cene che organizzavamo a casa. Faceva parte della nostra compagnia e abbiamo fatto dei viaggi insieme a Barcellona e in Sardegna alla ricerca di luoghi poco noti e particolari. Aveva un ruolo importante nella Sella & Mosca e non mancava mai di ingaggiare il gruppo musicale di mio marito per allietare le serate di festa nella cantina dell'Azienda vitivinicola. Era una persona pratica, senza complicazioni, sempre molto organizzata ed era piacevole incontrarlo e scambiare opinioni con lui. Possedeva una sottile ironia, anche nei propri confronti, e riusciva a prendere il meglio di tutto ciò che gli capitava. Andato in pensione, aveva aperto insieme a Carmelo Murgia un sito web, storiedialghero, che tratta aspetti storici, culturali, artistici, e popolari della città di Alghero. Si occupava della tradizione marinara algherese, lui, proveniente da Villanova Monteleone, e anche lì è riuscito ad ottenere significativi risultati. Infine ha deciso di riprendere il lavoro che lo portava per quattro giorni alla settimana in Gallura dove era stato richiesto per amministrare una azienda vitivinicola. Questa nuova attività, che ha affrontato con molto entusiasmo, lo ha coinvolto forse più di quanto lui stesso pensava e negli ultimi tempi, a parer mio, stava diventando anche un po' troppo impegnativa. Tra l'altro, non aveva più modo di occuparsi del sito web nel quale apparivano sempre meno articoli mentre il progetto di fare una stampa con alcuni post del sito era stato rinviato a tempi migliori.

L'ho chiamato l'ultima volta a fine giugno perché volevo dare al sito un articolo sull'ipogeo di Maria Pia e mi ha detto che non stava bene. L'ho sentito affaticato, ma nello stesso tempo si è mostrato interessato all'argomento e mi ha chiesto notizie dell'articolo sugli schiavi ad Alghero che avrei dovuto dargli qualche tempo prima. Io gli ho detto che il pezzo sugli schiavi era stato pubblicato ma a lui, evidentemente molto preso dal lavoro, era sfuggito.

Mi manca un grande amico, una persona sulla quale potevo sempre contare, con il quale condividevo l'interesse per Alghero a 360° e che per me era sempre quel ragazzino serio e studioso che avevo conosciuto nell'aula delle Scuole Medie del Corso Carlo Alberto dove era iniziato il nostro lungo percorso di vita e di amicizia.

martedì 8 luglio 2025

Ricordo di Nicola Marotta

Un ricordo di Nicola Marotta.


Opera di Nicola Marotta - (web)

Il 6 luglio 2025 è morto Nicola Marotta. Chissà perché, la notizia non mi ha colto di sorpresa. Meno di un anno fa era venuta a mancare sua moglie e mi è dispiaciuto molto per lui perché so che cosa significa perdere il coniuge. 

Il recente evento mi ha riportato alla memoria Salvatore Di Giacomo, "Pianefforte 'e notte".

Nicola era arrivato ad Alghero nel 1962 partendo da Brusciano, della città metropolitana di Napoli. Essendo nato nel 1936 aveva allora 26 anni. Insegnava all'Istituto d'Arte e dipingeva. Per i pasti si recava in via Minerva nella trattoria Marechiaro di Caterina Masu e lì aveva trovato un ambiente familiare perché Caterina aveva una provenienza napoletana ed era molto schietta, aperta e sempre di buon umore. 

Un pomeriggio del 1965 o '66 io e l'allora mio fidanzato Franco Ceravola, nipote di Caterina Masu, ci siamo trovati con lui nella trattoria Marechiaro. Franco dipingeva e posso immaginare che i due artisti avessero organizzato l'incontro per confrontarsi su temi pittorici. Rivedo la scena: noi tre seduti sulle sedie disposte in circolo, immersi in una calma penombra, quella che pervade le vecchie stanze aperte sulle stradine del centro storico dove il sole raggiunge raramente i piani bassi delle case anche durante l'estate e, quando entra, si limita a creare un fascio di luce nel quale il pulviscolo sospeso nell'aria danza irrequieto. Si parlava del più e del meno e infine, forse ricordando le origini di Nicola, Franco ha detto che mi piaceva molto Salvatore Di Giacomo e che conoscevo la sua poesia "Pianefforte 'e notte". Penso di essermi sentita un po' in imbarazzo e non credo di aver subito acconsentito alla richiesta di recitarla. Ma poi, per non farla lunga, ho deciso di aderire a quel desiderio. Come al solito le parole sono scaturite fluide e coinvolgenti, i toni erano quelli giusti, la pronuncia corretta, le pause adatte al pathos che i versi  suggerivano mentre il mio sguardo si perdeva nelle indistinte ombre del pavimento e delle pareti dove visualizzavo le quiete immagini evocate dal poeta. Alla fine Nicola si è detto stupito per la mia pronuncia e per l'interpretazione.

Franco Ceravola Rosella: Radice di ginepro a Maria Pia. Carboncino su carta. 

Sono passati gli anni, prima io e poi lui ci siamo sposati e abbiamo messo su famiglia. Non abbiamo più avuto occasione di incontri finché un giorno ci siamo trovati entrambi nello studio medico di un pediatra, dove eravamo andati per occuparci dei nostri figli. E' stato un incontro fugace, e mi ha chiesto una sola cosa: voleva sapere se leggevo ancora poesie. Io gli ho risposto con un'aria meravigliata che no, non leggevo più poesie. Lui si è trovato un po' male, anche per il mio tono un po' piccato, e probabilmente non mi ha creduto. Per la verità mi aveva infastidito quell'intrusione nel mio quotidiano e avevo risposto con una bugia anche perché non volevo che mi si vedesse come un'inguaribile romantica ma si capisse che ormai ero madre di famiglia con ben altri impegni e che non avevo tempo per indulgere ancora in trastulli fanciulleschi.

La realtà era ben diversa e infatti anche tra mille incombenze riuscivo sempre a trovare un momento per visitare i miei amati Garcia Lorca, Quasimodo, Montale, Lee Master, Ungaretti, Saba, Prévert ed altri che accompagnavo con "Notturni", "Chiari di luna", "Sogni d'amore" o con suoni della mia chitarra. Allora conoscevo a memoria tutto il LLanto di Garcia Lorca e non avevo certo dimenticato "Pianefforte 'e notte".

La poesia di Di Giacomo è l'unica che ricordo ancora tutta a memoria e che ogni tanto ripeto dentro di me dato che ormai non posso più recitare a voce alta poesie senza commuovermi fino alle lacrime. La associo sempre a Nicola, anche se nel corso della mia vita l'ho incontrato solo sporadicamente per strada e non ho più scambiato una parola con lui, neppure per confessargli la mia bugia. E ora, nel momento in cui ho saputo della sua morte, quei versi si sono ripresentati nitidi e dolci, ad evocare la delicata atmosfera del suono di un pianoforte che si perde nel vicolo al chiaro di luna suscitando malinconici pensieri.

Nu pianefforte 'e notte
sona luntanamente
e 'a museca se sente
pe ll'aria suspirà.

E' ll'una: dorme 'o vico
ncopp'a sta nonna nonna
'e nu mutivo antico
'e tanto tiempo fa.

Dio, quanta stelle 'n cielo!
che luna! e c'aria doce!
Quanto na bella voce
vurria sentì cantà!

Ma sulitario e lento
more 'o mutivo antico;
se fa cchiù cupo 'o vico
dint'a l'oscurità.

Ll'anema mia surtanto
rummane a sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta,
'ncantannese, a penzà.

E infine, con Garcia Lorca ti dico: Dormi, vola, riposa. Muore anche il mare






giovedì 19 dicembre 2024

Paoletto Dessì


 1962 - Torre di Sulis.

Un giovanissimo Paoletto Dessì alla chitarra, Franco Ceravola cantante, Gianfranco Ceravola (fratello di Angelino) alla chitarra, Piero Cunedda alla batteria. Gianfranco sostituiva suo fratello Angelino che nel 1962  era impegnato nel servizio di leva militare. Nel 1962 anche il chitarrista Giovannino Niolu era di leva in marina.
(Per gentile concessione di Piero Cunedda)



1964 - Torre di Sulis: Sul palco Rino Bebbere e Paolo Dessì alle chitarre, con Francesco Balzani alla batteria. A sinistra Franco Visconti, attore milanese che gestiva il night e a destra Antonello Dessì che cantava. Nella foto si vede un interessante scorcio del locale.
(Per gentile concessione di Francesco Balzani)



Torre di Sulis: I tre musicisti


Gioz Floreals del 1973. Primo premio per il testo della canzone "Memoria '71" dedicata allo scomparso chitarrista ed amico Giovannino Niolu, morto in un incidente stradale nel 1971. La canzone è stata scritta da Franco Ceravola e musicata da Angelo Ceravola.
Nella foto si vedono da sinistra: il batterista Pupo Mundula, Angelino Ceravola, Franco Ceravola, e il chitarrista Paolo Dessì nella sala mensa della casa di Riposo per Anziani di Viale della Resistenza.
Salutiamo con affetto e stima Paoletto Dessì (Alghero 1946- Alghero 20 agosto 2024).

giovedì 30 maggio 2024

Piazza Antonio Michele Balzani

 


Alla fine di via Gilbert Ferret, poco prima di svoltare per Via Principe Umberto si nota sulla destra l'indicazione di una piazza intitolata a Antonio Michele Balzani. Naturalmente chi la vede si chiede chi sia questo personaggio del quale non si dice altro che il nome.

La targa insiste in uno spazio aperto che evidentemente è il risultato del crollo di un palazzo a causa di una bomba. Solo recentemente e in maniera puramente casuale ho saputo il nesso tra il personaggio e la piazza.

Il palazzo era abitato dal falegname Antonio Michele Balzani e dalla sua famiglia. Il 17 maggio 1943, al suono delle sirene che preannunciavano l'arrivo degli aeroplani bombardieri degli "alleati", Balzani si è rifugiato con altre venticinque persone nella falegnameria situata nel sottano del palazzo, che risultava più sicuro. Purtroppo una bomba ha centrato in pieno l'edificio che è crollato. Le macerie hanno ostruito le uscite e dunque i rifugiati non avevano più la possibilità di lasciare il fabbricato. Balzani ha ricordato che in un angolo della falegnameria c'era un picco che però era senza manico. Ha afferrato l'attrezzo e nel buio pesto della falegnameria ha iniziato a colpire il muro sapendo che il magazzino arrivava fino a via Ardoino. Praticato il foro tutti sono potuti uscire anche se con qualche difficoltà e alcuni, più robusti, sono stati aiutati nel passaggio anche se si sono procurati qualche escoriazione. Una volta all'aperto, si sono subito diretti in periferia e sono andati nel terreno di Lodoni, nella zona dei Passionisti.

L'intitolazione dunque vuole ricordare un episodio finito bene nonostante le condizioni proibitive create dal crollo del palazzo. Una lapide esplicativa sarebbe d'obbligo per spiegare le motivazioni del ricordo.

Il fatto mi è stato raccontato da Francesco Balzani, figlio di Antonio Michele.


Foto di Arturo Usai scattata il 18 maggio 1943 nella quale si nota come le macerie del palazzo tutte accumulate sulla strada impediscono ogni via d'uscita. A vedere questa immagine si stenta a credere che i rifugiati si siano tutti salvati.

Pare che in quella tragica notte siano morti ad Alghero più di cento abitanti.




martedì 19 marzo 2024

Festival della Canzone Algherese

 IL FESTIVAL DELLA CANZONE ALGHERESE

di Franco Ceravola Rosella

Cinema Teatro Selva: I Festival della Canzone Algherese (1972) - Complesso "I Catalani"

Da sinistra: Carmelo Vilardi, Pupo Mundula, Franco Ceravola; Angelo Ceravola è seduto alle tastiere ma è nascosto dal cantante.


La foto si riferisce al I festival della Canzone Algherese che si è tenuto nel 1972. Ho la certezza della data da un articolo pubblicato su "Alghero Cronache" dell'8 ottobre 1972. So che è durato tre giorni, durante i quali il cinema-teatro Selva (1200 posti) ha faticato a contenere tutti gli spettatori che hanno seguito la manifestazione con molta partecipazione. 

Seguono due articoli di Franco Ceravola Rosella pubblicati su Nuova Comunità.

Il Festival del 1985

Il 18 maggio 1985 nel Teatro Selva si è svolto l'ottavo Festival della Canzone Algherese.
Questa manifestazione è un significativo saggio di quanto gli operatori del settore musicale propongono nell'attualità. Un momento di sintesi e di proposta nell'ambito del nostro microcosmo culturale.
Tutto confezionato con uno squisito sapore casereccio, nel quale ci si riconosce ed è bene tuffarsi.
La sala è stracolma di spettatori, il pienone, e tanta gente in piedi quando il sipario si alza ed è tutto un susseguirsi di sorprese, frammiste alle immancabili, simpaticissime, rispettive disfunzioni di uno spettacolo in diretta fatto da dilettanti.
È l'arte più viva, quella vera, quella degli uomini così come la producono prima di manipolarla con la scuola e il tecnicismo. Niente feticci, tutto è immensamente grande e contemporaneamente piccolissimo.
A tratti l'amplificazione viene a mancare; nel chiudersi, il tendone rovescia il microfono che, con un fracasso infernale, batte sull'impiantito del palcoscenico; gli strumenti devono essere accordati ed è estenuante l'attesa dell'inizio del brano.
I presentatori usano un'infinità di lingue rendendo del tutto incomprensibile la nazionalità alla quale appartengono.
L'invadenza dell'organizzatore stiracchia paurosamente le lungaggini dello spettacolo, gli inciampi sono innumerevoli, il pubblico si diverte da matti.
È la festa dei giovani, sono i nostri ragazzi ad esibirsi, sono bravi, fantasiosi, spigliati, padroni della musica e degli strumenti. Voci di cantanti veri, come quelli reclamizzati dai mass-media, come quelli che guadagnano fior di milioni in una sola serata.
Macchiette e cabaret, majorettes e cuori infantili sono il contorno delizioso di questa insalata russa del nostro festival. Lo spettacolo è una vera e propria maratona, si sa pressappoco quando inizia ma non si sa quando finisce.
Dietro le quinte nessuna emozione, nessuna rivalità; è la festa di una grande famiglia che si ritrova con le proprie cose per sentirsi più vicina, più autentica.
Solo qualche autore firmatosi con pseudonimo si aggira tra le file delle sedie e la folla, in piedi, ansioso, alla ricerca di un trionfo che sarà banalmente ripetitivo ed effimero. Il contenuto delle composizioni quest'anno è a tema unico.
A parte le arcadiche affermazioni per un perduto Eden di una natura bella e incontaminata, vagheggia un generale senso di angosciosa solitudine esistenziale con riferimento ai poveri (fantasmi del passato) e a malati.
La musica è decisamente quella leggera, internazionale con, in qualche composizione, chiara e più positivamente marcata influenza della musica tradizionale sarda.
Tutte le canzoni sono sponsorizzate da ditte locali, che offrono abbondanza di trofei per cui nessuno è scontento, tutti portano a casa un qualche segno di questa premiata fatica e buona volontà.
Si arriva alle due del mattino quando il pubblico stremato dall'allegria e dall'estenuante attesa della conclusione di una scenetta, inizia a protestare: "Basta, è ora di finirla!"
E mentre sul palco si replica la canzone vincitrice, gli spettatori fanno ressa alle porte d'uscita per ritrovarsi all'aperto e respirare una boccata d'aria fresca da conciliare con il prossimo piacevole torpore del sonno.

Pubblicato nel numero di giugno 1985 di "Nuova Comunità".


Il Festival del 1987

Nei giorni 29 e 30 maggio 1987 si è svolto nel Teatro Selva il X Festival della canzone Algherese al quale ho partecipato in qualità di autore del testo del brano "Canzò pe' la pau". Mi sono trovato dunque nella duplice veste di autore ed osservatore e, come è mia abitudine, ho avuto modo di fare alcune riflessioni di varia natura sulla manifestazione. 
L'aspetto che ogni volta polarizza il mio interesse è l'indefinibile spessore culturale con il quale, pur compartecipe, non riesco ad identificarmi per motivi che spiegherò in seguito. 
Intanto voglio sottolineare che si è vista nelle due giornate la piacevole esibizione (nella quasi totalità) di ragazzi pieni di vitalità artistica e di passione per la musica mentre la "vecchia guardia" ha preferito rimanere dietro le quinte. Le canzoni presentate, in larga parte hanno riproposto temi e melodie abbastanza tradizionali, caratteristici di questo tipo di spettacolo. Quel poco che si è distinto è apparso come qualcosa fuori concorso. Consultando il libretto dei testi che è circolato nei giorni dello spettacolo si può avere un riscontro di quanto vado affermando. Quest'anno l'annunciata partecipazione di rappresentanze catalane si è verificata, contrariamente a quanto era accaduto nella passata edizione. Il cantante catalano Josep Tero è stato accolto con simpatia dal pubblico, soprattutto durante l'esecuzione del popolare brano di Pasqual Gallo "Lu nassaioru".
Riallacciandomi al discorso culturale devo, mio malgrado, focalizzare quello che è l'aspetto più aberrante del festival, cioè il fatto di ritrovarmi fra un pubblico di sardi che si ritengono di cultura catalana, indotti in ciò da un recente travisamento dei fatti storici. Eppure basterebbe una semplice riflessione per ritrovare il giusto indirizzo che a rigor di logica dovrebbe permeare gli intenti di chi si propone di mantenere ed incrementare le peculiarità linguistiche della nostra città. 
Rimane comunque la constatazione dell'impegno di autori, esecutori, organizzatori che, spinti dai più vari  motivi, hanno dato vita a un festival pur sapendo che le canzoni, anche le più belle, concluderanno il loro ciclo vitale appena calerà il sipario.

Pubblicato su "Nuova Comunità", luglio-agosto 1987.

UNA CANZÒ PE' LA PAU

Parauras de Franco Ceravola     Musica de Enrico G. Ceravola

L'Alghè s'anzen
mira las framaras
L'Alghè mori
asvanara de sol
aspragia dururosa
l'Alghè mori
ama 'l cor unfrat de por
son passaz coma colbus
lus aeroplans tigniz de negra
gitant bombas arreu
damunt de 'cheglias casas probas
i musaltrus criaturas
giugavan a glium de candera
ne la butiga del sabatè
tra l
as botas del vi.
Ta racoldas o ma'
?
Tu has vist cara las bombas
damunt de las torras.
Mès talt sem dabasciaz
nels carrarols tancaz
de las parez calguras
i havem salcat lus racols
tra la boviras dasfetas.
Ara no mès
ara io vul pultà
an campagna las criaturas
pe' sa umprì de velt
i vul vera beglias mignonas
culgaras en la rena
a custat de una mar trasparenta 
vul fabricà fultins de amor
i muraglias de pau
vul anà a mig de las astreglias

Canzone presentata al X Festival della canzone algherese, del 29-30 maggio 1987, cantata da Pietro Fiori.

TRADUZIONE IN ITALIANO

UNA CANZONE PER LA PACE

Alghero brucia
guarda le fiamme
Alghero muore
svenata di sole
Spiaggia dolorosa
Alghero muore
con il cuore gonfio di paura
sono passati come corvi
gli aeroplani tinti di nero
lanciando bombe in quantità
su quelle case povere
e noi bambini
giocavamo a lume di candela
nella bottega del calzolaio
tra le botti del vino
ti ricordi, ma'
tu hai visto cadere le bombe
sulle torri
Più tardi siamo scesi
nelle strade chiuse
dai muri caduti
e abbiamo cercato i ricordi
tra i soffitti distrutti
Adesso non più
adesso io voglio portare
i bambini in campagna
per riempirsi di verde
e voglio vedere belle ragazze
sdraiate sulla sabbia
vicino ad un mare trasparente
voglio fabbricare fortini d'amore
e muraglie di pace
voglio andare tra le stelle 



Sul mensile "Nuova Comunità" nell'ottobre 1990 Antonello Colledanchise presenta un suo articolo che ci mostra l'evoluzione del Festival. Il 1990 sarà l'ultimo anno della manifestazione che verrà ripresa trentatre anni dopo, nel luglio 2023.

Festival pro e contro   di Antonello Colledanchise

Il primo Festival della canzone algherese apparve nel 1972, organizzato da Franco Simula insieme a due grandi amatori della canzone, ormai scomparsi: Natalino Leone e Mario Melis (che allora aveva il suo negozio di strumenti musicali in Via Columbano n.d.r.). Da allora, non fu organizzato tutti gli anni, tant'è vero che il 1990 vede solo la 13a edizione: il Festival ha attraversato lo stesso periodo di crisi che ha attraversato la canzone algherese; vi hanno partecipato molti dei grandi, molti lo hanno abbandonnato, alcuni sono ritornati a parteciparvi.
Il Festival è sempre stato oggetto, da parte dii partecipanti, di passioni estreme: odio ed amore; mai vi è stato nei suoi confronti un equillibrio di sentimenti. Al Festival si è attribuito o troppa importanza o troppo poca, qualche volta scaricandogli sopra una responsabilità nei confronti della canzone che il Festival non ha e che non può avere. Ma vediamo, in breve, alcuni dei difetti e dei pregi che più spesso gli sono stati attribuiti:

"CONTRO"
1) Si mettono a confronto il genere tradizionale con il genere più moderno;

2) Il pubblico è diviso in "fazioni" (per amicizie, parentele, etc.) che rendono impossibile creare un sereno ambiente di ascolto;

3) La giuria: è stato contestato il metodo di estrazione a sorte fra il pubblico in sala; infatti, i veri estratti si sono rifiutati quasi sempre di fare da giurati mentre il loro biglietto è stato preso da altri, quasi sempre amici, parenti, etc. di qualcuno dei partecipanti. E' chiaro che, a questo punto, nessun giudizio fu mai più iniquo. E' stato contestato altresì il metodo della cartolina, adottato nel 1986, anche questo facilmente manipolabile. Gli autori preferirebbero, comunque, una giuria più seria, più competente, fatta di "esperti"di musica, di testi poetici, di canzone popolare.

4) Tutto ciò ha portato ad un decadimento in qualità della canzone algherese: un ambiente siffatto preferisce una canzone molto superficiale, banale, ma di facile presa, che non ha un testo profondo, poetico, più difficile da apprezzare in un ambiente nervoso, costituito da individui indaffarati a tentare di arrivare primi.

"PRO"

1) Il Festival contribuisce a divulgare la lingua algherese: molti giovani parlano (o, meglio, cantano) in algherese solo in questa occasione.

2) Il Festival ha portato interesse alla canzone algherese che ormai moriva: molti autori validi sono venuti fuori proprio grazie al Festival (dove però non hanno mai vinto niente) e sono stati premiati dal tempo e dalla critica.

3) Da quest'anno si può partecipare al Festival fuori gara: sarà così possibile riproporre dei brani delle edizioni precedenti. Si proporrà inoltre un nuovo tipo di giuria, così come richiesto.

4) Per alcuni è un "pro" (non un "contro") che al genere tradizionale si accosti il genere moderno: solo così si può avere un'evoluzione della canzone algherese.

Ecco infine il nuovo regolamento che l'organizzatore Franco Simula ha predisposto per questa tredicesima edizione del Festival della canzone algherese:

L'organizzazione "LA CORALLINA" DI ALGHERO, bandisce la tredicesima edizione del FESTIVAL DELLA CANZONE ALGHERESE, aperta a compositori, poeti e cantanti algheresi, col seguente regolamento:
1) Il FESTIVAL DELLA CANZONE ALGHERESE ha lo scopo di salvaguardare la lingua e la cultura Algherese tramite la canzone.
2) Le canzoni, a tema libero, devono essere INEDITE e scritte in Algherese.
3) I brani devono essere presentati incisi su nastro magnetico, i testi in tre copie dattiloscritte, di cui due anonime ed una recante generalità ed indirizzo degli Autori. Il materiale deve pervenire al seguente indirizzo: Signor SIMULA Rag. Franco, Via Roma 81, negozio "LA CORALLINA". entro le ore 20.00 di Sabato 20 OTTOBRE 1990.
4) Ogni autore potrà partecipare con un massimo di due composizioni.
5) I brani potranno essere eseguiti da cantanti e/o Gruppi vocali e strumentali. L'età minima consentita per partecipare è di sedici anni.
6) Tutte le registrazioni pervenute, verranno esaminate da una commissione che selezionerà i brani che si eseguiranno nella serata finale di Sabato 27 OTTOBRE 1990 alle ore 21.00 , Teatro Selva.
7) Sarà data tempestiva comunicazione dei brani prescelti tramite organi di stampa e affissione presso "LA CORALLINA".
8) I brani musicali, dovranno pervenire nella versione definitiva: il materiale consegnato non verrà restituito, ma resterà come archivio della Organizzazione.
9) L'ordine di esecuzione dei brani, presenti gli autori, verrà stabilita mediante estrazione a sorte.
10) L'ORGANIZZAZIONE SI RISERVA DI APPORTARE EVENTUALI MODIFICHE ALLA MANIFESTAZIONE QUALORA LO SI RITENGA OPPORTUNO.
Relativamente alla 13a edizione, l'Organizzazione accetterà, fuori gara, anche l'iscrizione di canzoni edite, presentate nelle precedenti edizioni del Festival, che andranno a costituire la serata di Venerdì, 26 OTTOBRE 1990, al Teatro Selva.